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critica
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SUL PESSI-OTTIMISMO DI LEOPARDI Valerio Guagnelli Scanzani
Risposta a Maria Cecilia Gallipoli. Cara sig.ra Gallipoli, Ho letto con piacere e apprezzato di cuore il suo intervento su Leopardi. Le confesso che quando sono entrato in LCnet per la prima volta, speravo sibbene di trovare un qualche argomento di mio interesse, ma mai avrei creduto possibile una coincidenza così perfetta. Troppo spesso ci si trova di fronte a ingegni che si cimentano in analisi estetiche su opere d’arte di personaggi famosi. Essi si inabissano in buie profondità ermeneutiche, mai prima disvelate, per poi accorgersi troppo tardi di aver dimenticato la cosa più banale, ma non meno importante: un volgare “lume” per poter “vedere” in quelle arcane oscurità. Ciò a cui mi riferisco con “lume” è la psicologia di un autore, e il vissuto che ne è parte. Sappiamo ormai (grazie ai progressi di questo nostro grande secolo) quanto l'interpretazione di un'opera non possa fare a meno di una accurata disamina psicologica dell'autore della stessa. Ho quindi apprezzato molto l'incipit del suo scritto sul pessi-ottimismo di Leopardi. Il cogliere la psicologia di un autore è perciò la base per una corretta esegesi, soprattutto se l'autore in questione è Giacomo Leopardi. Tuttavia, e vengo subito al punto, più avanti lei usa un'espressione che non mi trova più in piena sintonia: “senza dubbio”. Se questa espressione si fosse riferita al fatto che Giacomo era cresciuto senza l'amore materno, la sintonia non sarebbe mancata. Purtroppo l'indubitabilità cui lei si riferisce riguarda si l'amore materno, ma datosi come “l'aspetto che ha influenzato profondamente Leopardi” e che “è ben ravvisabile nell'idillio ‘L'infinito’”, allora quella sintonia vien meno. Certo Leopardi inizia descrivendo la “sua familiarità con il colle desolato” che è a lui caro, certo la “siepe” delinea l'ambiente circostante, che forse anche “richiama ad un senso di protezione”, “Ma” (e il “ma” è del poeta non mio, ed è determinante), ciò cui mira sedendo il poeta (e che costituisce l'oggetto proprio di questo idillio) non è qui “il bisogno materiale del Leopardi di trovare quell'affetto e quella protezione che gli erano stati negati dalla madre”. Al contrario ciò su cui si appunta l'attenzione di Giacomo sono invece proprio quegli “interminati / Spazi di là da quella, e sovrumani / Silenzi, e profondissima quiete”, “ove per poco / Il cor non si spaura”; e questa quasi-paura non è già dovuta alla improbabile mancanza di protezione, ma decisamente alla sublimità del sentimento dell'Infinito. Quegli interminati, sovrumani, profondissimi, spazi silenzi e quiete non sono tanto un qualcosa per cui il poeta vuole o vorrebbe tenersi al sicuro, quanto l' “immensità” (dell'infinito, unico e vero tema della poesia) per la quale, come sola adeguata metafora di questa situazione uomo-natura, il poeta afferma –dimostrando al contempo il suo sentimento molto distante dal dolore di una mancanza – “il naufragar m'è dolce in questo mare”. Questo canto è tanto poco un canto di dolore, che come primo degli Idilli, lo si potrebbe anzi definire un inno al sentimento del sublime. Giacomo non è avvolto nei dimostrativi “questo e questa” come lei sostiene, ma li lascia subito per immergersi nel mare dell'infinito. Egli non cerca qui neanche subliminalmente l'affetto o la protezione di alcuno, ma si protende spontaneamente al “di là da quella”, per naufragare dolcemente nell'ineffabile tutto (interessante spunto anti-romantico, si veda ad es. Holderlin o Hoffmanstall, ecc.). Il perché ce lo spiega Leopardi stesso in alcune pagine dello Zibaldone, di cui qui riporto solo alcuni stralci: (pp.170-172) “La cagione è la stessa, cioè il desiderio dell’infinito […] . L’anima s’immagina quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde […] e si figura cose che non potrebbe, perché il reale escluderebbe l’immaginario. Quindi il piacere ch’io provava da fanciullo [corsivo mio] […] la vastità e molteplicità delle sensazioni diletta moltissimo l’anima. […] Parimente la vastità quando anche non sia molteplice, occupa nell’anima un grande spazio […] è sempre grata all’anima […]”. In altri luoghi egli ricorda il rapporto infinito-sublime (p.1999): “La velocità […] desta realmente una quasi idea dell’infinito, [e quindi] sublima l’anima, la fortifica […]”, o ancora (p.181) “…i nostri slanci verso un infinito che non comprendiamo…”, “Qualunque cosa ci richiama l’idea dell’infinito è piacevole per questo, quando anche non per altro…”. Non credo ci sia bisogno di altri passi quantunque ce ne siano, ma insomma mi sembra evidente che nell “infinito” v’ha ben poco del noto dolore leopardiano, quello che, verissimo, “è alimentato da Recanati”, ma non in questo canto però, che si definisce più propriamente Idillio. Sarà certamente a causa dei miei studi ancora incompiuti o delle mie capacità, nonché della brevità del suo scritto, se io non sono riuscito a cogliere il suo messaggio. Lei sembra forse riferirsi ai soli primi tre versi della poesia. Tuttavia ritrovare quel bisogno così profondo e inconscio in effimere immagini come "caro...ermo colle", "siepe" e dai due dimostrativi "questo" e "questa", deducendo il senso di protezione da un "di là" (che mi pare Leopardi non tema affato), tutto ciò è un'operazione (psicanalitica) che non mi ha persuaso molto. Per quanto riguarda quello che lei definisce il pessi-ottimismo del nostro poeta, in linea generale concordo pienamente con lei. Indubbio è, nella Ginestra, il fatto di lasciar procedere una pars construens, dopo aver deriso ogni concetto e ideale di progresso, mettendo a confronto la natura, "madre" e "matrigna", con il genere umano, sua "prole". Questa invocazione filantropica riprende accenni alla solidarietà umana già presenti in altre poesie (le cosiddette "sepolcrali"). La questione sul pessi-ottimismo è comunque molto complessa, almeno dal mio punto di vista. Non posso qui trattare adeguatamente questo problema, ché mi occuperebbe tutto il tempo, con buona pace dei miei giorni a venire. Certo le definizioni pessimismo / ottimismo, benchè largamente accettate, non le trovo propriamente adeguate, e non solo per Leopardi. Esse purtroppo appartengono alla nostra millenaria tradizione letteraria e filosofico-religiosa occidentale, la quale ha contribuito, anche in Leopardi, e contribuisce ancor oggi a mantenere un irriducibile e limitante dualismo di fondo, presupposto di ogni produzione umanistica. Come nella produzione poetica, così in quella della riflessione filosofica (Zibaldone), si avverte sempre in fondo una dualità insolubile, che oppone il saldo rilievo concettuale della nullità della realtà e del senso, determinata dalla consapevolezza della natura, a un moto sentimentale di rimpianto e vagheggiamento, una angosciosa ribellione del cuore umano. Ma anche considerando tutto ciò, mi chiedo se sia lecito parlare di "riscatto", altro termine che spesso mi capita di leggere in riferimento a Leopardi? La "pietà", la "solidarietà" e la "dignità" con cui Leopardi chiude una delle sue piu mirabili poesie, possono assurgere a valore di riscatto? Il riscatto non è piu vicino alla divina e risolutiva redenzione cristiana piuttosto che alla piu impotente e blanda dignità? Non le pare che per Leopardi la condizione umana, in quanto facente parte della natura, sia e rimanga, dopo tutto cio che egli stesso tenti o dica sulla solidarietà, irredimibile? Certo ribadisco la complessità e vastità del problema, connesso col rapporto (da approfondire) di Leopardi con il cristianesimo; e quindi la conseguente difficoltà nel trattare tali argomenti in poche righe. Comunque, proprio per la sua brevità, e per la mia incapacità, continuerò ad approfondire un autore senz'altro complesso, non meno che ricchissimo di stimoli, come quelli che mi sono venuti da lei, e la ringrazio. Chissà se vorrà aiutarmi in questo grato compito, e se sarà così, oltre che ringraziarla le sarò debitore. |
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sett. 1999 |